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«Ho scoperto che attorno al materiale spiaggiato, in particolare alle alghe, per esempio la Posidonia, si agitano vari interessi. – spiega Pierobon – Infatti, ci sono Comuni che per la loro rimozione, spendono oltre un milione di euro all’anno». Le alghe si rimuovono per varie ragioni: tra le principali perché ostacolano il cammino e producono, decomponendosi, odori molesti.

Posidonie spiaggiate

«Per portarle via dalla spiaggia si fanno appalti: ‘ti do tot euro per tonnellata all’anno per raccoglierle’. – spiega Pierobon –  La raccolta avviene con trattori o pettini, che asportano più o meno sabbia. Attraverso una sorta di centrifuga, le alghe vengano prima seccate, poi portate via. Più il lavoro è fatto correttamente, meno sabbia porti via dalla spiaggia. E, invece, cosa può succedere? Che le società che hanno vinto l’appalto raccolgano sabbia e alghe insieme, senza andare troppo per il sottile, e che poi si rivendano la sabbia. Anche per usi edilizi: senza curarsi del fatto che questa sabbia contenente sale può pregiudicare la stabilità edilizia».

Non basta, Pierobon racconta anche che può succedere «che prendano la sabbia da uno stabilimento demaniale (e il Comune dovrà poi provvedere a comprarne altra) e poi la rivendano ad altri stabilimenti per il “ripascimento”, cioè l’aggiunta di sabbia per mantenerne il giusto livello».

Ovviamente a pagare i costi della rimozione delle alghe è il Comune e quindi alla fine sarà il contribuente a dover tirare fuori i soldi».

Non solo. «In certi casi le alghe spiaggiate, quindi morte, vengono ributtate in acqua. – continua Pierobon – Chi lo fa sa come si muovono le correnti. Intere barche o camion vengono riversate in mare, interferendo con l’ecosistema, oppure le sotteranno nella stessa spiaggia…», pratiche ambedue vietate.

E’ solo un esempio tra i tantissimi (una quarantina, ripresi nell’appendice che approfondisce tecnicamente i casi) citati da Pierobon, casi vissuti in prima persona nel corso degli anni, durante i quali ha maturato un’esperienza che gli consente di leggere, interpretare e ricollegare i vari indizi da diverse prospettive.

Da questo punto di vista, infatti, Pierobon ha un curriculum perfetto: «Vengo dalla Polizia dove sono stato cinque anni, ci sono entrato a 19 anni. – racconta Pierobon –  Poi ho lavorato in banca, al Credito Italiano, per tre anni, svolgendo varie mansioni, dallo sportello ai titoli, dalla relazione con la clientela fino al servizio estero. A 25 anni sono passato alla Pubblica amministrazione prima come responsabile amministrativo contabile in un comune di 5.000 abitanti; dieci mesi dopo come vice segretario generale di un comune di 15mila abitanti; due anni dopo come dirigente in un comune di 30 mila abitanti; successivamente come direttore generale di un’azienda pubblica per nove anni. Lavorando nei Comuni ho avuto modo di diventare esperto in appalti, mutui e gestione dei servizi pubblici. Poi, nel 2006, ho scelto di fare il consulente libero professionista e sono stato incaricato in una commissione ministeriale ambientale presieduta dal generale Roberto Jucci per oltre un anno: seguivo le emergenze rifiuti in cinque regioni. Da lì mi hanno individuato come la persona più adatta per rivestire il ruolo di subcommissario per la raccolta differenziata nell’ambito dell’emergenza rifiuti campana. In seguito ho svolto altri incarichi anche all’estero per conto del Ministero dell’Ambiente su bonifiche e rifiuti. A questo si aggiunge la mia attività di consulenza in provincia di Bolzano per aziende pubbliche e grandi gruppi industriali di distribuzione». Insomma un’esperienza a 360 gradi per capire il sistema di gestione dei rifiuti pubblico e privato (contratti, finanza, estero, truffe), dall’alto della quale Pierobon tira una conclusione che più amara non si potrebbe: «Il magna magna è diffuso e chi può, lo fa».

La ruberia più comune

Anche le ruberie hanno le loro classifiche. «La truffa più comune è quella che si fa in squadra. – spiega Pierobon – Non è la tangente allo sportello, ma piuttosto il progettare una truffa o la ruberia nell’occasione di un appalto o di una gestione legalizzata. Il paradosso è che questo avviene anche nel privato. E non è certo un fiore raro. Trovi questo sistema nelle grandi strutture come nell’ambiente della pubblica amministrazione. Quello che succede è semplice: abusare delle regole, rimanendo in un’apparente legalità, per trarne un vantaggio, personale o per una consorteria di appartenenza».

Castelli di sabbia pericolosa

Uno dei casi citati nel libro è piuttosto sconcertante, soprattutto perché va a colpire proprio i più indifesi: bambini e anziani. Riguarda un materiale molto comune: la sabbia della spiaggia. Pierobon cita un’esperienza personale: «Ero al mare, e il figlio piccolo di un mio amico cominciò ad accusare difficoltà respiratorie. Il medico disse ai genitori di tenere il bambino lontano dalla spiaggia, un lido privato a uso esclusivo di un condominio. Noi, allora, cominciammo a scavare un po’ più a fondo di quello che si fa di solito con paletta e secchiello. E trovammo pezzetti di mattone e materiale di riporto, con malte e calcinacci. Andai ad approfondire. L’Amministratore condominiale mi disse che la comprava scegliendo tra tre secchi, immergendo la mano in ciascun di loro. Valutava così il materiale preferibile, anche in relazione al prezzo. Non prendeva la sabbia del fiume, la più costosa, ma guarda caso proprio quella che era miscelata con rifiuti inerti da demolizione, polverizzati. Con il vento le particelle si alzavano e irritavano le vie respiratorie, soprattutto delle persone più delicate: bambini e anziani».

Ecco come rifiuti inerti possono diventare un doppio affare: non solo minori costi di smaltimento, ma addirittura introiti, generati dalla loro vendita in veste di sabbia per la spiaggia.

Il giro dei vestiti usati

Anche sui vestiti usati donati ai poveri vince qualche volta la speculazione.

Vediamo a grandi linee come funziona il sistema, ancora una volta con la guida di Pierobon.

«Il Comune formula la base d’asta del servizio del ritiro dei vestiti usati stimata sui dati storici forniti dai precedenti appaltatori. Di solito sono cooperative sociali che si occupano di materiale recuperato. – spiega Pierobon – Le cooperative (come un qualsiasi appaltatore) vengono incaricate di ritirare il materiale (indumenti usati) e di recuperarli, cioè di recuperare il materiale tessile, oppure di trattarlo per portarlo fuori dalla disciplina dei rifiuti.

Il comune solitamente riconosce un tot di euro a tonnellata di materiale ritirato e poi gestito dalle cooperative o da altri appaltatori.
Che possono combinare questi soggetti? Igienizzano il materiale e poi lo considerano come vestiti usati da vendere, non da recuperare come materiale tessile. Infatti, gli abiti, per passare dalla condizione di “rifiuto” a , quella di “merce” fino ad agosto 2016 dovevano obbligatoriamente essere igienizzati per rispettare gli standard microbiologici (Successivamente alla Legge 19 agosto 2016, n.166 l’operazione è diventata facoltativa). Ma talvolta questi soggetti fanno un’igienizzazione solo sulla carta, addirittura può accadere che spruzzino il liquido igienizzante solo sui sacchetti chiusi, contenenti gli abiti usati. Così si può considerare il materiale non più rifiuto e commerciabile.
Siamo noi cittadini che forse pensiamo di “donarlo” tramite il sistema pubblico o i circuiti caritatevoli, ma può succedere che questi indumenti, trasformati come abbiamo visto da rifiuti a merce, come tale vengano venduti.

Chiaro che il materiale “pregiato” viene sottratto “a monte” e dato al riuso, mentre il materiale che ha poco valore viene spedito nei “giri” esteri, tramite altri soggetti, altre cooperative, per esempio in Africa. Qui di solito gli abiti vengono rivenduti in altri circuiti, anzi messi all’asta per ricavare il più possibile, a commercianti locali. Saranno loro, poi, a venderli sui mercati frequentati dalla popolazione più povera». Insomma quel che può succedere non è allineato alle premesse e alle promesse. «Noi doniamo un vestito che non usiamo, con buone intenzioni. E invece potremmo alimentare un commercio che potrebbe essere in nero, che si articola creando passaggi intermedi per mascherare i guadagni, occultando i flussi finanziari illegali» conclude Pierobon.

La discarica in Kenya

Per quest’ultimo tassello in questo mosaico degli scandali Pierobon ci porta all’estero, in Kenya.

«Il nostro Paese, tempo fa, finanziava decine di Paesi per iniziative ambientali – spiega Pierobon –. Nel 2008, per esempio, il Ministro Pecoraro Scanio si era impegnato a bonificare la discarica di Korogocho (che in lingua kikuyu vuol dire “ciò che non ha più nessun valore” o “caos”) a Dandora, vicino a Nairobi, dove i più poveri rovistano per tirar fuori ciò che possono, tra miasmi pestilenziali.

In ballo c’erano circa 721mila euro che il Ministero italiano doveva dare al Ministero kenyota per la progettazione della bonifica della discarica. A un certo punto venne fuori il nome di una ditta italiana, Eurafrica, che doveva occuparsi di questo progetto. Ma sembra che questa società avrebbe poi subappaltato l’incarico a una società inglese più specializzata. Venne fuori un putiferio circa le credenziali della ditta e l’opportunità di proseguire l’iniziativa. Alla fine il ministro Pecoraro Scanio, sentito anche il proprio ufficio internazionale ministeriale, decise di far saltare il finanziamento. Il sospetto, forte sospetto, è che la parte più interessante dell’affare poteva essere un’altra: il boccone non erano i 700 mila euro della bonifica, ma le quote dal protocollo di Kyoto che avrebbero percepito in futuro. Insomma la bonifica Korogocho poteva essere il cavallo di Troia per entrare nella cittadella dei contributi internazionali, dove i valori si misurano in milioni di euro. Non mancano, infatti, casi di discariche esaurite che percepiscono ingenti contributi previsti dal protocollo di Kyoto a fronte di mancate emissioni di gas inquinanti. Per discariche di dimensioni minori di quella di Korogocho il gettito può aggirarsi su circa 200mila dollari all’anno per 14 anni».